Il Numero Dieci
Fiction

Il Numero Dieci

by Marco Fedele · 2026-10-19

Leo Blaze e i suoi compagni inseguono la vittoria del campionato

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Chapter 1

Il dieci conquista il campetto

Il pallone rimbalzò contro la rete arrugginita proprio mentre Leo Blaze infilava una mano nel cancello del campetto. La rete vibrò con un lamento metallico, e dall’altra parte del recinto qualcuno urlò:

«Ehi! Se vuoi guardare, mettiti in fondo. Qui si gioca.»

Leo spinse il cancello. Le cerniere strillarono. Il campetto di periferia era stretto tra due palazzi grigi, con le linee bianche quasi cancellate e l’asfalto pieno di crepe. Un lampione storto illuminava metà campo; sull’altra metà, il sole del tardo pomeriggio tagliava l’ombra dei balconi.

Leo abbassò gli occhi sulla maglia numero 10. Era pulita, anche se il bordo delle maniche aveva già preso polvere. Non conosceva nessuno di quei ragazzi. Non aveva una squadra, non aveva un posto e non aveva intenzione di tornarsene indietro.

Voleva giocare.

Non per farsi applaudire. Non per raccontare da dove veniva. Voleva conquistare un posto in quella squadra prima che la partita di selezione cominciasse, e voleva farlo con il pallone tra i piedi.

«Ho detto che qui siamo già in dieci» disse un ragazzo alto, con una fascia blu stretta al braccio. «Non ci serve uno spettatore con la maglia da fenomeno.»

«Non sono uno spettatore.»

«Questo lo vediamo subito.»

Il ragazzo gli calciò il pallone. Non forte, ma abbastanza da mandarlo verso la riga laterale. Leo lo raggiunse prima che uscisse. La suola strisciò sull’asfalto ruvido, il pallone si fermò sotto il suo piede.

«Come ti chiami?» domandò un altro, più basso, con i capelli ricci e i guanti da portiere infilati nella cintura.

«Leo.»

«Leo cosa?»

«Leo Blaze.»

Per un istante nessuno parlò. Poi dalla panchina partì una risata.

«Blaze? E che sei, un nome d’arte?»

Leo non rispose. Passò il pallone tra le gambe del ragazzo con la fascia blu e lo riprese dall’altra parte. Il gesto fu così rapido che il difensore rimase girato verso la rete.

La risata si spense.

«Basta con i numeri» disse quello con la fascia. «Qui si gioca semplice. Due tocchi. Se perdi palla, corri.»

«Va bene.»

«E non aspettarti favori.»

Il campo sembrava ancora più piccolo quando entrarono tutti. Le recinzioni erano a meno di un metro dalle linee laterali; bastava un rimbalzo sbagliato per finire contro il ferro. Le scarpe stridevano sull’asfalto, i palloni rimbalzavano senza seguire traiettorie pulite e le voci si accavallavano come in uno spogliatoio troppo stretto.

Leo finì nella squadra con le casacche arancioni. Nessuno gli passò la palla nei primi minuti.

Il ragazzo con la fascia blu, che gli altri chiamavano Dario, comandava ogni movimento.

«Stringi!»

«Copri il centro!»

«Non darla a lui, non lo conosciamo!»

Leo correva senza palla, cercando spazi che duravano meno di un secondo. Ogni volta che si liberava, il compagno più vicino preferiva girarsi dall’altra parte. Gli avversari, invece, avevano già capito che il numero 10 era il pericolo.

Il primo a marcarlo gli piantò una spalla contro il petto. Leo perse l’equilibrio e appoggiò una mano a terra.

«Qui non è una passeggiata» disse il difensore.

Leo si rialzò. Aveva il palmo graffiato e la polvere incollata alla pelle.

«Meglio.»

La palla arrivò finalmente a lui, sporca e veloce, dopo un contrasto al centro. Leo la addomesticò con l’esterno del piede. Un avversario gli chiuse la strada, un secondo gli arrivò alle spalle.

Non c’era spazio per correre.

Leo spostò il peso a sinistra, lasciò che il primo difensore seguisse il movimento e subito cambiò direzione. La punta del piede toccò il pallone due volte, secca, fulminea. Passò tra i due come se avesse visto un corridoio invisibile. Quando il terzo avversario si fece avanti, Leo sollevò il pallone con un tocco leggero e lo fece rimbalzare oltre la sua gamba.

«Ma che - »

Leo calciò rasoterra verso la porta.

Il portiere deviò il tiro con il ginocchio. Il pallone schizzò contro la rete laterale.

Per qualche secondo si sentì soltanto il ronzio del lampione.

Dario si voltò verso di lui. «Potevi passarla.»

«Potevo segnare.»

«Non hai segnato.»

«La prossima entra.»

Dario gli si avvicinò fino a sfiorarlo con la spalla. «Qui non basta saper saltare gli uomini. Se giochi da solo, perdiamo tutti.»

Leo guardò la porta, poi i compagni. Aveva sentito quelle parole molte volte, da persone che non avevano mai visto cosa poteva fare con il pallone. Ma in quel campetto il problema non erano soltanto gli avversari. Era il modo in cui i suoi compagni lo tenevano fuori.

La partita riprese. Gli arancioni subirono un gol dopo un errore a centrocampo. Dario protestò, il portiere colpì il palo con un pugno e gli avversari festeggiarono a pochi centimetri dalla rete.

«Uno a zero!» gridò il loro capitano. «Il campionato non è roba per improvvisati.»

Leo osservò il capitano. Aveva una maglia nera con una striscia verde e un sorriso che non lasciava spazio a dubbi. Gli altri lo chiamavano Rocco. Sembrava conoscere ogni crepa dell’asfalto, ogni rimbalzo, ogni esitazione.

Dario raccolse il pallone dalla porta.

«Leo, se vuoi restare, aiutaci. Non cercare di vincerla da solo.»

Quella volta Leo non rispose subito. Il suo sguardo si spostò da Dario al compagno libero sulla destra, poi al portiere che aspettava un segnale.

«Ridatemi la palla» disse. «E correte.»

Dario lo fissò, incerto.

«Hai sentito?» insistette Leo. «Se mi chiudono, uno di voi sarà libero.»

Il pallone tornò in gioco. Dario lo passò a un compagno, che lo girò sulla fascia. Leo si mosse verso il centro attirando due avversari. Il passaggio arrivò rasoterra, ma il difensore gli entrò addosso prima del controllo.

Leo lasciò scorrere la palla dietro il tallone.

Il compagno sulla destra la raccolse senza marcatura e crossò basso. Dario piombò davanti alla porta e pareggiò con un tocco di punta.

«Uno a uno!»

Dario corse verso Leo. Non sorrise, ma gli batté il pugno contro la spalla.

«Così va meglio.»

«Te l’avevo detto.»

«Non montarti la testa.»

Rocco smise di ridere. Fece un cenno ai suoi compagni, e da quel momento la marcatura su Leo diventò più dura. Un piede gli colpì la caviglia. Una mano gli afferrò la maglia. Ogni ricezione si trasformò in una lotta.

Il numero 10 sentì il dolore salire dalla gamba, ma non rallentò. Ogni volta che cadeva, si rialzava prima che qualcuno potesse offrirgli una mano. Il campetto era un labirinto di ferri, muri e corpi. Non c’era spazio per respirare, e proprio per questo Leo cominciò a creare spazio con i movimenti.

Un tocco corto. Una finta di spalla. Un cambio di direzione.

Il pallone gli rimaneva incollato al piede.

A due minuti dalla fine, il punteggio era ancora fermo sull’uno a uno. Il cielo sopra i palazzi si era fatto viola. Il lampione tremolava, accendendosi e spegnendosi a intermittenza.

Dario recuperò palla vicino alla propria porta e la spedì verso Leo.

«Adesso!»

Leo controllò con il petto. Rocco gli fu addosso subito.

«Non passi» ringhiò il capitano.

Leo sentì il metallo della recinzione contro la schiena. Davanti aveva Rocco. A destra, un altro difensore. A sinistra, la linea laterale.

Il pallone rimbalzò una volta.

Leo abbassò il corpo e finse di andare verso la fascia. Rocco si spostò. In quell’istante Leo fece scivolare la palla sotto la sua gamba e gli passò accanto. Il secondo difensore provò a fermarlo con un tackle, ma Leo saltò, atterrò sull’altro piede e si ritrovò al limite dell’area.

Dario era libero.

Il compagno sulla destra era libero.

La porta, invece, era coperta dal portiere e da Rocco, che si era rialzato e stava tornando verso di lui.

Leo vide il passaggio. Vide anche il piccolo spazio tra il palo e il portiere.

Scelse la porta.

Il tiro partì dal suo piede con un suono secco. Non fu un calcio normale: il pallone schizzò basso, poi si alzò all’improvviso, colpì la traversa e rimbalzò dentro la rete.

Per un attimo il campetto rimase immobile.

Poi gli arancioni esplosero.

Dario afferrò Leo per la maglia e lo trascinò verso il centro. Il portiere gli saltò addosso, gli altri gli batterono sulle spalle. La rete dietro la porta oscillava ancora.

«Due a uno!» urlò qualcuno.

Leo respirava forte. La caviglia gli faceva male, il palmo bruciava e la maglia numero 10 era sporca di polvere. Ma nessuno lo stava più guardando come uno sconosciuto.

Dario gli si fermò davanti.

«Da oggi giochi con noi.»

Leo sollevò un sopracciglio. «Da oggi?»

«Non esagerare. Prima dobbiamo parlare con chi organizza il torneo.»

Il vecchio fischietto appeso al collo dell’allenatore del campetto risuonò tre volte. La partita di selezione era finita. Il risultato garantiva agli arancioni l’accesso al campionato di quartiere.

Rocco raccolse il pallone e lo strinse contro il fianco. Non aveva applaudito. La sua squadra si era radunata dietro di lui, silenziosa.

«Godetevela» disse.

Dario fece un passo avanti. «Abbiamo vinto regolarmente.»

«Non parlavo di questo.» Rocco indicò Leo con il mento. «Parlavo del vostro nuovo numero 10.»

Leo si asciugò il sudore dalla fronte con il polso.

«Che cosa vuoi?»

Rocco sorrise, ma stavolta non c’era ironia. «Nel campionato ci saremo anche noi. E non troverai un campo stretto come questo per nasconderti tra i rimbalzi.»

«Non mi nascondo.»

«Lo vedremo.»

Rocco lanciò il pallone a uno dei suoi e si avviò verso il cancello. Prima di uscire, si voltò.

«La prossima volta ti marcano in due.»

Il cancello si richiuse con lo stesso cigolio con cui Leo era entrato. Solo che adesso, quando tornò verso i compagni, Dario gli mise una mano sulla spalla e gli lasciò spazio al centro del gruppo.

«Domani spogliatoio alle cinque» disse. «Se vuoi davvero giocare il campionato, vieni puntuale.»

Leo guardò la rete, il lampione tremolante e il segno lasciato dal suo tiro sulla polvere davanti alla porta.

«Ci sarò.»

Dall’altra parte della strada, Rocco e i suoi erano già fermi sotto un balcone. Non se n’erano andati. Stavano osservando il campetto, e soprattutto stavano osservando lui.

Leo strinse i lacci delle scarpe. Aveva conquistato una squadra, un posto e una porta aperta verso il campionato.

Ma la prima sfida era già cominciata.

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What's inside: 5 chapters

  1. 1. Il dieci conquista il campetto
  2. 2. La fascia che Leo rifiuta
  3. 3. Il piano dietro la marcatura
  4. 4. Il tiro all’ultimo respiro
  5. 5. Il campionato è di tutti

About this book

"Il Numero Dieci" is a fiction book by Marco Fedele with 5 chapters and approximately 9,635 words. Leo Blaze e i suoi compagni inseguono la vittoria del campionato.

This book was created using Inkfluence AI, an AI-powered book generation platform that helps authors write, design, and publish complete books. It was made with the AI Novel Writer.

Frequently Asked Questions

What is "Il Numero Dieci" about?

Leo Blaze e i suoi compagni inseguono la vittoria del campionato

How many chapters are in "Il Numero Dieci"?

The book contains 5 chapters and approximately 9,635 words. Topics covered include Il dieci conquista il campetto, La fascia che Leo rifiuta, Il piano dietro la marcatura, Il tiro all’ultimo respiro, and more.

Who wrote "Il Numero Dieci"?

This book was written by Marco Fedele and created using Inkfluence AI, an AI book generation platform that helps authors write, design, and publish books.

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